La Sardegna per ospitare una o due centrali nucleari

referendum contro il nucleare

Articolo apparso nel 2008.
Sempre utile per riflettere ed evitare qualsiasi istallazione di energia nucleare in Sardegna.

NO NUKE 2008

La Sardegna è stata designata per ospitare una delle centrali nucleari da costruire in Italia. Questa sciagurata idea sarebbe ora al vaglio dei tecnici del ministero delle Attività produttive. La decisione di avviare la costruzione delle centrali di terza generazione è stata annunciata di recente dal ministro Scajola, che ne ha confermato la realizzazione entro la legislatura. Un impegno assunto dallo stesso presidente del consiglio all’atto della fiducia al nuovo governo.

Per noi non è pensabile che si possano costruire centrali atomiche. Il pesante tributo versato dai sardi all’occupazione militare americana non sembra essere ancora sufficiente. Le morti “sospette” di troppi giovani soldati, l’elevata incidenza di tumori nelle zone abitate limitrofe alle basi, l’inquinamento ambientale, l’occupazione di vaste aree di grande valore naturalistico, non sono ancora soddisfacenti per impedire altri disastri? Dobbiamo cominciare a lottare da oggi contro questa inaccettabile ipotesi.

Quello che segue è un documento che smentisce tecnicamente il progetto del rilancio del nucleare in Italia. Come in passato non è economico, è pericoloso e alimenta l’atomo militare. Mentre Europa, Usa e Giappone fanno altre scelte.

NO NUCLEARE IN SARDEGNA!

 – venerdì, 27 giugno 2008
Il governo italiano propone un rilancio del nucleare con un preciso programma che ne scandisce i tempi: nel 2013 la posa della “prima pietra”, nel 2019 l’entrata in esercizio delle centrali nucleari. Con una motivazione: «Solo gli impianti nucleari consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente». Vogliamo che sia subito chiaro alla pubblica opinione e ai cittadini che i tempi del programma sono del tutto irrealistici, come già hanno osservato diversi commentatori e come è evidente a tutti coloro che conoscono le difficoltà e i tempi lunghi che in tutto il mondo occidentale caratterizzano la realizzazione delle centrali nucleari. E, soprattutto, che la motivazione data dal governo è ideologica e basata su dati inesistenti.

Il nucleare è un’industria in crisi in tutto il mondo, che non può garantire nessuna produzione su larga scala.
Il nucleare civile serve solo per la produzione di energia elettrica, che, in tutti i Paesi industrializzati, rappresenta un quinto dei consumi complessivi di energia, come conferma l’ultimo dato della Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia dei Paesi dell’Ocse. Di questo 20 per cento la frazione di energia elettrica prodotta per via nucleare costituisce a sua volta, a oltre cinquant’anni dalle prime centrali, solo il 22,6 per cento. Su scala mondiale la produzione elettronucleare è superata dalla produzione idroelettrica: 2.994 TWh l’idroelettrico, 2.768 TWh il nucleare (dati Iea).    
Dall’anno 2000, l’entrata in esercizio di nuove centrali atomiche non ha mai superato il 3 per cento di tutta la nuova potenza elettrica che ogni anno viene installata, come attestato dai rapporti annuali dell’ Aiea, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica.
Nell’Unione europea è in costruzione un solo reattore, quello di Olkiluoto 3 in Finlandia. In Francia ne è previsto uno a partire dal 2010 e negli Stati Uniti, dove gli ordinativi interni sono fermi dal 1978, si prevedono due centrali nucleari, per le quali non è stata ancora fissata una data. Questa è la dinamica dell’industria nucleare nei Paesi, Unione europea e Stati Uniti, che rappresentano oltre il 60 per cento della produzione elettronucleare del mondo.

Entro il 2015 in tutto il mondo 91 reattori nucleari avranno raggiunto i 40 anni. La legge tedesca prevede la chiusura di un impianto al raggiungimento dei 32 anni. Anche allungandogli la vita, a costo della minor sicurezza derivante dall’invecchiamento, il ritmo attuale non è neanche in grado di garantire la sostituzione delle vecchie centrali nucleari che dovranno essere radiate dall’esercizio. Il nucleare si regge su incentivi e danaro pubblico e quindi i suoi costi non sono competitivi.
Il reattore finlandese gode di un finanziamento francese, che è stato accordato con lo stesso tasso di interesse che viene riservato ai Paesi in via di sviluppo, e di un credito agevolato della Deutsche Bank. Ciò nonostante i doverosi controlli dell’ente di sicurezza ne hanno già raddoppiato i tempi di realizzazione, con un ovvio aggravio che andrà ad aumentare i costi.
Il presidente della Exelon, l’azienda americana interessata alla realizzazione di due centrali nucleari negli Stati Uniti, ha dichiarato che questi impianti non avrebbero mai visto la luce senza gli incentivi pubblici, sia per ogni kWh prodotto che come crediti agevolati per finanziare la costruzione, previsti dall’amministrazione Bush nel 2005 a favore di nuove centrali nucleari.
Anche non tenendo conto degli incentivi, il costo del kWh nucleare è dato in Francia, dove le centrali nucleari sono state pagate dalla mano pubblica, a 5,3 cent di euro e il ministero dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti stima tale costo in 6,1 cent di euro nel 2010. Non certo più a buon mercato di altre fonti; oltre tutto in queste cifre non sono compresi i rilevanti costi di ricerca fondamentale per i colossali progetti di “incinerazione” delle scorie radioattive che Unione europea, Stati Uniti e Giappone stanno affrontando.

I problemi di sicurezza di tutto il ciclo del combustibile nucleare e delle centrali nucleari non sono stati risolti dai reattori cosiddetti di “terza generazione”, cui fa riferimento il programma del governo.
Che si tratti della terza generazione europea, gli Epr, o americana, gli Ap-1000, questi reattori costituiscono sostanzialmente una risposta, con trent’anni di ritardo, all’incidente di Three Miles Island (Harrisburg, 1979). Purtroppo la terza generazione fornisce miglioramenti poco significativi ai problemi di sicurezza, di contaminazione radioattiva, di produzione e gestione delle scorie radioattive, mentre resta inalterata la questione della proliferazione delle armi atomiche.
In ogni caso, anche a un osservatore disattento non può apparire ragionevole un programma che, ove realizzato, farebbe ricorso a delle centrali nucleari di tecnologia già superata all’atto del loro esercizio. Infatti il consorzio Generation IV, costituito a livello internazionale nel 2000 per un rilancio del nucleare e al quale i precedenti governi Berlusconi ritennero di non dover aderire, prevede un prototipo industriale entro il 2025 per una commercializzazione da avviare per il 2030. L’Italia dovrebbe quindi marciare per decenni con gli obsoleti impianti di terza generazione: un favore a chi vorrebbe fare affari e soldi, non certo ai cittadini che ne pagherebbero le spese.
Quanto alla sicurezza non è che anche Generation IV fornisca, rispetto alle filiere attualmente all’esame, un panorama convincente. Il fatto è che miglioramenti sostanziali riguardo ai problemi menzionati non potranno venire da una migliore ingegneria, ma solo da una rivoluzione dei concetti e dei principi fisici che stanno alla base del funzionamento di un reattore. Ad esempio, il concetto di “sicurezza intrinseca”, di cui molto si discusse in occasione del referendum del 1987 come di un requisito fondamentale, non ha trovato cittadinanza nei progetti di Generation IV, come non sono state ancora prese in considerazione filiere non proliferanti armi atomiche.

L’apporto del nucleare per combattere l’effetto “serra” è irrilevante mentre rilevanti restano i problemi di contaminazione radioattiva.
Anche ipotizzando che a livello mondiale il saldo al 2020 tra nuova potenza elettronucleare e potenza delle centrali atomiche che andranno dismesse risulti attivo per 50 Gw – 50 centrali da mille megawatt – il contributo alla riduzione di Co2 sarebbe inferiore all’1 per cento, ma non per l’Italia dove il nucleare programmato dal governo non sarebbe ancora in esercizio.
Restano invece i problemi di contaminazione radioattiva. Prescindendo dall’incidente catastrofico, la “sindrome cinese”, a bassa probabilità ma non escluso dall’Aiea per i reattori occidentali attualmente in funzione, né escludibile per quelli di terza generazione, restano tutti i problemi derivanti dal complesso ciclo del combustibile nucleare: dalle contaminazioni connesse all’estrazione e fabbricazione del combustibile e delle “code” della produzione, ai rilasci radioattivi di routine consentiti alle centrali nelle ordinarie condizioni di esercizio, alla gestione delle scorie radioattive, i cui quantitativi sono ogni anno in aumento in ogni segmento del ciclo.
L’Uranio fissile si esaurirà in tempi concomitanti con l’esaurimento del petrolio. Lo studio “Analysis of Uranium supply to 2050” che l’Aiea allegò al suo rapporto del 2001 stimava in 35 anni le riserve operative di uranio fissile, una stima analoga a quella che viene fatta sulle riserve operative di petrolio. Già prima di quella data però il raggiungimento del picco della produzione industriale di queste materie sconvolgerebbe i mercati mondiali. Guerre per l’uranio oltre che per il petrolio?

L’impegno di risorse sul nucleare aumenta il ritardo dell’Italia rispetto alla “rivoluzione energetica” dell’Unione europea. Non a caso veniva preso a riferimento il 2020, che è l’anno per il conseguimento dei “tre 20 per cento”, gli obiettivi vincolanti anche per l’Italia e fissati dall’Unione europea nel marzo del 2007: 20 per cento di riduzione della Co2; 20 per cento di risparmio dei consumi energetici in virtù di una maggior efficienza; 20 per cento di copertura di tutti i consumi energetici con fonti rinnovabili, idrica, solare (termico, termodinamico, fotovoltaico), eolica, biomasse. I governi dei Paesi nostri diretti competitori, dalla Germania alla Gran Bretagna alla Spagna, sono già avanti a noi in quella che è e sempre più sarà, anche per Stati Uniti e Cina, la sfida del XXI secolo, imposta dalla severità dei cambiamenti climatici in atto.
È una sfida che comporta enormi responsabilità per chi governa e amministra a ogni livello, ma che richiede una forte partecipazione di tutto il “sistema” Paese e un vero salto culturale dei cittadini per una più intelligente organizzazione delle risorse e verso nuovi stili di vita. Da un modello a forte accentramento della produzione e del consumo di energia verso un modello di fonti diffuse e disponibili sul territorio.
La questione energetica è al centro delle questioni economiche, occupazionali, sociali e dell’innovazione tecnologica, oltre che dell’ambiente. In un Paese con risorse limitate come il nostro tutte quelle che verranno spese per il programma nucleare andranno a detrimento dei tre 20% europei, comporteranno maggiori esborsi sulle bollette energetiche dei cittadini, una spesa pubblica più ingente per “l’adattamento” delle aree e delle popolazioni colpite dai cambiamenti climatici e consegneranno il sistema produttivo italiano e il complesso del Paese a un inarrestabile declino.

 Massimo Scalia – Left – http://www.avvenimentionline.it/

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Pubblicato il 15 aprile 2011, in Energia nucleare STOP, NO NUKE, Sardegna, Sardegna NO NUCLEARE, Sardigna, Sardinia con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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